Prendete un pianoforte a coda, alzate il coperchio e tenete premuto il pedale di destra, quello che solleva gli smorzatori e libera le corde. Poi suonate un solo Do, con forza, e lasciate subito il tasto. La nota che avete colpito svanisce quasi subito. Lo strumento, però, continua a vibrare: le corde vicine, che nessun dito ha sfiorato, hanno raccolto quella frequenza e la restituiscono nell’aria. Un gesto solo, un suono che si allarga a tutta la cassa.

Nell’economia digitale italiana quella risonanza ha un numero preciso: 5,6. È il moltiplicatore calcolato da Netcomm insieme a Nomisma nella ricerca “Il contributo della Rete del valore digitale alla competitività del sistema Italia”, presentata a Roma. Il senso è tutto lì: ogni euro speso online ne genera 5,6 di valore economico lungo la filiera produttiva. Un dito sul tasto, sei corde che vibrano.

 

NON UN CANALE, UN’INFRASTRUTTURA

I numeri, per chi li ama, sono di quelli che restano. Il commercio digitale ha generato nel 2025 un valore economico complessivo di 993 miliardi di euro: 293 di valore aggiunto — la ricchezza che rimane nel sistema tra salari, profitti e imposte, pari al 13% del PIL — e 700 di fattori produttivi e beni intermedi, cioè tutto ciò che le imprese comprano per lavorare. Dietro quei numeri ci sono 2,2 milioni di occupati, circa il 9% del totale italiano, e quasi 69 miliardi di gettito fiscale nel solo 2025.

“L’e-commerce non è un canale a sé, ma un’infrastruttura che mette in connessione imprese, competenze, logistica, pagamenti e occupazione”, ha spiegato Roberto Liscia, presidente di Netcomm. La parola esatta è quella: infrastruttura. Come un acquedotto, si nota soprattutto quando manca.

 

L’EXPORT CHE VA PIÙ VELOCE

Qui la questione tocca da vicino chi produce scarpe e borse. Tra il 2023 e il 2025 l’export digitale italiano è cresciuto del 9%, tre volte più dell’export complessivo, fermo al 3%. Tradotto: il Made in Italy che viaggia sui canali digitali corre più veloce di quello che si affida solo alle vie tradizionali. E corre abbattendo la barriera che ha sempre frenato le imprese piccole — il costo di costruire una rete distributiva fisica dall’altra parte del mondo.

Le aziende italiane più orientate al digitale l’hanno già capito: per il 20% l’e-commerce è il principale canale di vendita sui mercati internazionali, per il 26% un canale strategico di accesso all’estero, e quasi una su due — il 49% — conta di investire nei canali digitali a sostegno dell’export entro tre anni.

C’è però una frase, nella ricerca, che conviene leggere due volte. L’Italia, avverte Liscia, sconta ancora un ritardo sulla maturità digitale delle imprese, sulle competenze della forza lavoro e sulla capacità di crescere sui mercati esteri con i canali digitali. Non un ritardo solo tecnologico: strutturale, culturale.

Ed è qui che il nostro settore si guarda allo specchio. Nessuna filiera è più fisica della nostra: il pellame che si tocca, la forma di legno, la cucitura che si controlla con le dita. Eppure il canale che oggi porta quella fisicità più lontano è il più immateriale di tutti. La bottega e l’algoritmo, almeno per una volta, dovrebbero tirare dalla stessa parte.

 

L’AI SEDUTA AL BANCO DI VENDITA

Il 71% di chi già usa l’AI nella vita privata se n’è servito per orientare un acquisto: cerca informazioni sui prodotti (51%), confronta le alternative (42%), chiede recensioni (32%). Tra Millennials e Gen Z si sale all’80 e al 79%. E oltre metà del campione — il 53% — prevede di usarla ancora di più per comprare entro il 2030.

Chi vende scarpe e borse dovrebbe soffermarsi proprio qui. Se il cliente arriva sul prodotto passando da un assistente virtuale, allora la scheda tecnica, le immagini, le informazioni sui materiali e sulla sostenibilità smettono di essere un dettaglio del marketing e diventano il criterio con cui l’algoritmo decide se mostrarti oppure no. Chi cura quei dettagli comparirà. Chi li trascura resterà, semplicemente, invisibile.

 

LA POLITICA CHE SERVIREBBE

A monte di tutto, Netcomm chiede una cosa facile a dirsi e difficile a farsi: trattare il commercio digitale come settore strategico. Quattro le richieste — digitalizzazione delle PMI, competenze, export digitale, semplificazione normativa. Per chi esporta il punto più concreto è quello doganale: un sistema digitale armonizzato in Europa, senza interventi nazionali scoordinati che rialzino barriere dentro il Mercato Unico. Perché una risonanza, per propagarsi, ha bisogno che nessuno appoggi la mano sulle corde.