Il 20 febbraio 2026, a Washington, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi imposti l’anno prima dall’amministrazione Trump sulla base dell’IEEPA, l’International Emergency Economic Powers Act. È una vittoria? Per qualche ora sembra di sì. Poi la Casa Bianca pubblica un ordine esecutivo: i dazi tornano, stavolta fondati sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974. Aliquota aggiuntiva del 10%, validità fino al 24 luglio 2026. Quasi in contemporanea, sui social, il Presidente accenna a un futuro innalzamento al 15%.
Sembra una vicenda di diritto commerciale. Lo è. Ma è anche, e soprattutto, una storia di scarpe.
Perché ogni paio che esce da un container italiano, indonesiano, vietnamita o cinese diretto verso un porto americano dipende, oggi, da come quella riga di codice doganale viene letta dal funzionario di turno. E le conseguenze sono già misurabili. Secondo Assocalzaturifici, il 55% degli operatori italiani che esportano negli Stati Uniti giudica gli effetti dei dazi “non irrilevanti”, con un’azienda su cinque in forte criticità. L’export verso gli USA, dopo aver guadagnato il +6% nella prima metà del 2025, è sceso del -1,9% nella seconda parte dell’anno.
NIKE: PREZZI SU, FABBRICHE FUORI DALLA CINA. L’effetto sul colosso di Beaverton si misura in numeri secchi. Un miliardo di dollari di costi aggiuntivi nel solo 2026, secondo quanto comunicato dal CFO Matthew Friend nell’earnings call del 26 giugno. Un miliardo e mezzo nelle stime più aggiornate riportate da CFO Dive e Motley Fool. Trenta per cento: tanto ha lasciato per strada il titolo da inizio anno. Il margine lordo è calato di 320 punti base.
La risposta del gruppo guidato dal CEO Elliott Hill sta in quattro mosse, e nessuna è ornamentale: ottimizzare il mix produttivo riducendo la quota cinese dal 16% attuale all’high single-digit entro fine anno fiscale; rinegoziare con fornitori e retailer; alzare i prezzi al dettaglio negli USA di 5-10 dollari a paio; tagliare i costi corporate. L’impatto stimato sul margine lordo annuo si fermerà a 75 punti base, dice Friend. Ma il sourcing del più grande brand sportivo del mondo, in pratica, non sarà più lo stesso. Ralph Lauren e Canada Goose stanno attuando movimenti simili.
E mentre Nike si ricolloca, qualcun altro si fa trovare pronto.
STELLA, IL CONTRARIO DELLA RITIRATA. Stella International, gigante hongkonghese della produzione di calzature e pelletteria per i grandi brand globali, ha chiuso un primo trimestre 2026 con ricavi a 337,4 milioni di dollari (+1,9%) e ha annunciato un piano triennale 2026-2028 che porterà a regime tre nuovi stabilimenti: Indonesia, Bangladesh, Vietnam. Insieme alla fabbrica già operativa a Solo, l’obiettivo è aggiungere circa 20 milioni di paia di capacità annua. “Il 2026 è un anno di investimento cruciale”, ha dichiarato il chairman Lawrence Chen. La domanda dai brand sportivi e dal segmento fashion alto di gamma rimane robusta, secondo il CEO Chi Lo-Jen.
Si guardi bene questo passaggio: mentre i dazi spingono alcuni a ridurre l’esposizione asiatica, altri la rafforzano diversificandola.
REGIONALIZZAZIONE, NON DEGLOBALIZZAZIONE. C’è un termine che torna in ogni analisi del 2026 e va capito bene: reshoring. Non significa che le fabbriche tornino tutte a casa: sarebbe ingenuo pensarlo. Significa che il modello Just-in-Time sta cedendo il passo a un modello Just-in-Case, in cui prossimità, resilienza e controllo della filiera contano più del costo unitario. Significa, per i manufacturers nordamericani, lavorare in un hub trinazionale tra Stati Uniti, Canada e Messico. La strategia “China Plus One” si sta evolvendo in un approccio “Domestic-First” per le filiere considerate critiche.
C’è poi il pezzo tecnologico, che è quello che davvero sposta gli equilibri. L’automazione di Industry 4.0 sta livellando il divario di costo del lavoro che ha tenuto in piedi mezzo secolo di delocalizzazioni. Un robot industriale, ammortizzato sulla sua vita utile, oggi costa spesso meno del salario annuo di un operaio offshore. Aggiungete la pressione delle tasse sul carbonio e la rendicontazione obbligatoria delle emissioni Scope 3, e si capisce perché il calcolo del Total Cost of Ownership pesa in modo diverso rispetto a dieci anni fa.
IL CONSUMATORE PAGA, MA SCEGLIE. Il mercato statunitense, intanto, mostra come la domanda si stia riassestando. Secondo i dati Circana, il primo trimestre 2026 ha chiuso a +1% in valore, ma con volumi in calo. Il prezzo medio sale, e a sostenerlo è il segmento performance (+5% in dollari, con il running a doppia cifra). Tengono sandali, mules e clog. Crollano gli stivali. “Le categorie legate all’uso quotidiano, all’attività fisica e al comfort casual sono le meglio posizionate per intercettare la spesa”, osserva Beth Goldstein, footwear advisor di Circana. Tradotto per chi produce: l’americano compra meno paia, ciascun paio costa di più. I 5-10 dollari aggiunti da Nike li pagherà, ma con maggiore selettività.
Scrivere oggi del commercio internazionale delle calzature significa scrivere di una mappa che si ridisegna mentre la guardiamo. La Corte Suprema decide, la Casa Bianca riscrive, un CFO di Beaverton annuncia, un chairman di Hong Kong inaugura, un robot in Pennsylvania sostituisce un operaio di Guangdong. E in mezzo, l’industria calzaturiera italiana — 14,5 miliardi di euro di fatturato, 73.000 addetti, 85% di export, secondo i dati di Assocalzaturifici — trattiene il fiato. Resilienza, dicono. Forse. O semplicemente, l’unica strada percorribile quando il terreno trema.
