Anni Settanta, Svizzera. L’orologeria elvetica sforna decine di milioni di pezzi l’anno. Poi arriva il quarzo, la produzione crolla, interi marchi spariscono. Eppure, oggi la Svizzera vende molti meno orologi di allora e incassa molto di più: ha barattato i volumi con il valore. È la stessa scommessa che scarpe, borse e pelli italiane hanno giocato negli ultimi trent’anni. Con un dettaglio: qualcuno, a monte della filiera, quel conto lo sta pagando.

 

I NUMERI DELLA RINUNCIA

Partiamo dalle calzature. Nel 1996 l’Italia produceva 482,7 milioni di paia; nel 2024 ne produce 125,1. Le aziende sono scese da 8.467 a 3.369, gli addetti da 122mila a 71mila. Volumi tagliati, tessuto assottigliato. Eppure, l’export in valore, nello stesso arco di tempo, sale da 6,3 a 11,6 miliardi di euro. Meno paia, molto più ricavo per paio. La pelletteria racconta una storia opposta e complementare: fatturato da 2,5 a quasi 12 miliardi, addetti cresciuti da 33mila a 49mila. È l’unico comparto della filiera ad allargarsi, trainato dai grandi marchi del lusso.

 

DOVE È FINITO IL VOLUME

Le paia che l’Italia ha smesso di produrre non sono svanite. Nel 1996 importavamo 133 milioni di paia per 946 milioni di euro; nel 2024 ne importiamo 344 milioni per 6,6 miliardi. In alto le calzature italiane salgono di gamma; in basso il consumo interno viene servito da produzioni estere. Il settore si è polarizzato, e la fascia media — quella che riempiva le catene di montaggio — è la prima a essersi svuotata.

 

DUE FACCE, UNA STESSA SCELTA

Che cosa tiene insieme un settore che si riduce a un quarto dei suoi volumi e uno che quasi quintuplica il fatturato? Il lusso. Entrambi hanno smesso di competere sul prezzo per competere sul valore aggiunto. Funziona, finché l’alto di gamma tira. Ma la pelletteria oggi mostra il rovescio della medaglia: la sua forza — dipendere dai marchi del lusso — è anche la sua fragilità. Quando il luxury rallenta, il colpo si trasmette amplificato lungo tutta la catena. E la catena comprende chi le borse non le cuce, ma costruisce le macchine per cucirle.

 

LO SPECCHIO DELLE MACCHINE

Qui entra il comparto delle tecnologie, che di quella trasformazione è il termometro meglio tarato. Nel 2025 la produzione italiana di macchine per conceria, calzatura e pelletteria è scesa a 512 milioni di euro: -11%, dopo il -12% del 2024. Ma è la scomposizione a parlare. Le macchine per pelletteria segnano -9,80%: il primo tremore del raffreddamento del lusso, letto in anticipo dai beni strumentali. Quelle per conceria crollano del 24,49%. Quelle per calzatura reggono meglio, -4,08%, e i ricambi restano quasi fermi, -0,64%. Traduzione: quando non compri la macchina nuova, almeno tieni in vita la vecchia. Un settore che ripara più di quanto rinnovi è un settore che aspetta.

 

IL CONTO A MONTE

La materia prima chiude il cerchio. La conceria italiana ha portato la produzione fisica di pelli da 247 a 120 milioni di metri quadri, e il cuoio da suola da 23.805 a 6.346 tonnellate: quasi tre quarti in meno. Ma resta al 27% della produzione mondiale in valore e al 31% dell’export globale di pelli finite. Di nuovo: meno quantità, più qualità. I dati del 2025, però, aggiungono una postilla scomoda: salire di gamma riduce i volumi, e volumi più bassi comprano meno tecnologia. Il risultato si legge a Vigevano, dove il rapporto tra chi produce macchine e chi produce scarpe è ormai vicino a otto a uno.

 

CHI TIENE INSIEME GLI ANELLI

Ogni anello ha imparato a valere di più producendo di meno. Ma la tecnologia non si compra a valore: si compra a capacità. E se la capacità installata si assottiglia, prima si spostano gli ordini, poi le competenze, infine le macchine stesse. Le imprese della meccanica sono già passate da 225 a 220 in un anno, gli addetti da 3.800 a 3.700. Cifre piccole, direzione chiara.

La Svizzera ha potuto rinunciare ai volumi perché le bastava vendere il tempo. L’Italia della pelle vende scarpe, borse e le macchine per farle: se lascia sparire le seconde, rischia che prima o poi non venderà più nemmeno le prime.